Adriana Bramato – Dott.ssa in Psicologia
La peggior solitudine è non essere a proprio agio con te stesso. Mark Twain
Rispetto al concetto di solitudine, la lingua inglese presenta un’affascinante distinzione lessicale: “aloneliness, to be alone”, si riferisce allo stato fisico della solitudine. Lo si può osservare in fase di quarantena, ad esempio. Una condizione di isolamento sociale oggettivo che può essere voluto, imposto o subito. Nulla di problematico, secondo molti studi. D’altronde, Simon Carmiggelt diceva: “La solitudine è come un pasto piacevole, a patto che non venga consumato ogni giorno”.
Il termine “loneliness, to be lonely”, invece, si riferisce allo stato emotivo della solitudine. Una persona può sentire di essere da sola anche durante una partita di pallone, ad una festa di compleanno, circondata da amici e parenti, in classe.
Una condizione che può essere dolorosa o meno, e che può manifestarsi sia in assenza che in presenza di altri.
Provate ora ad immaginare un bambino o un ragazzo in fase preadolescenziale con DSA, a scuola. I suoi compagni non restano indietro nella ricopiatura di un comando alla lavagna, leggono in modo relativamente fluente, scrivono la parola “occhiali” con correttezza e facilità, vivono con totale spensieratezza le loro relazioni con i pari. Non hanno bisogno di un computer per sentirsi adeguati.
I Disturbi dell’Apprendimento (DSA), infatti, emergono in età evolutiva e comprendono gli apprendimenti di base della lettura, della scrittura e del calcolo. La scuola ha assunto un ruolo di maggiore responsabilità nei confronti degli alunni con queste problematiche, con più formazione per il corpo docente e una sempre maggiore individuazione dei casi sospetti.
Ed è proprio all’interno di questo contesto sociale extra-familiare chiamato scuola, che accoglie il fanciullo sin dall’infanzia e che risulta essere il più significativo per molto tempo, che questi ragazzi con DSA sperimentano le loro maggiori frustrazioni e problematiche.
I vissuti negativi dettati dagli impedimenti, dalle difficoltà, dagli insuccessi che la scuola pone inevitabilmente loro davanti rischiano di strutturare una personalità condizionata dalla bassa autostima e da un forte senso di solitudine.
Proprio per questo motivo, negli ultimi decenni le ricerche si sono soffermate anche sugli aspetti psicologici legati a questa disabilità, oltre che sui caratteri cognitivi e neuropsicologici. Tuttavia, risulta essere un tema che necessita ancora di ulteriori approfondimenti.
Sembra comunque che la maggior parte dei ragazzi con DSA riporti un più alto livello di solitudine rispetto ai coetanei, che può essere associato alla percezione di rifiuto da parte del gruppo di pari, alla povertà della rete amicale, alla percezione negativa di sé, alle scarse aspettative verso il proprio futuro. E questo malessere psico sociale può influire sulle prestazioni del ragazzo e sull’efficacia delle attività di potenziamento delle abilità.
Ciononostante, la solitudine non è sempre stata definita da questa categoria di ragazzi come un’esperienza negativa. Essa infatti non esprime necessariamente un sintomo di disagio, ma anche un bisogno legato alla possibilità di riflettere e prendere maggiormente consapevolezza delle proprie esperienze.
Come si potrebbe intervenire, in caso di risvolti negativi?
Lo sport può avere un ruolo positivo nelle abilità sociali e nei livelli di solitudine tra i bambini con disturbi specifici dell’apprendimento. L’educazione fisica e le attività sportive infatti risultano essere uno strumento significativo ed efficace per ridurre i livelli di solitudine e aumentare i livelli di abilità sociali per questa categoria di ragazzi (e anche per gli individui in via di sviluppo).
Esse infatti producono effetti positivi tra gli individui con DSA in quanto i problemi legati a specifici disturbi dell’apprendimento sono ridotti al minimo, perciò questi bambini e ragazzi possono formare relazioni sane, esprimersi al meglio ed essere socievoli.
Le famiglie, le scuole e gli adulti di riferimento inoltre dovrebbero osservare i ragazzi in tutti i loro comportamenti e atteggiamenti, senza sottovalutare alcun segnale, cercare di parlare con loro ma soprattutto chiedere aiuto in maniera tempestiva per evitare risvolti eccessivamente negativi.
Mai sottovalutare questo aspetto psicologico: “la povertà più terribile è la solitudine e la sensazione di non essere amati”.
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Adriana Bramato – Dott.ssa in Psicologia

