“E menomale che sei una psicologa!” – Chi si cela dietro questa figura ‘magica’

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Sin da tempi lontanissimi si narra che esista un personaggio mitologico immune all’effetto sgradevole delle emozioni più intense, che è sempre felice, non conosce la tristezza e non si arrabbia mai. Questo essere magico è capace di destreggiarsi senza paura e senza alcuna titubanza tra gli eventi più impervi a cui la vita lo sottopone, sa sempre compiere la scelta più giusta senza alcuna esitazione ed è dotato del potere magico e salvifico della parola. Egli è in grado di predire gli eventi, legge nella mente altrui, manipola chi ha di fronte fino a trasformarlo in una marionetta da manovrare a proprio piacimento. Con la sua bacchetta magica è capace di risolvere qualsiasi problema di ogni essere vivente che si rivolge a lui, giudicandolo costantemente con disprezzo, senza mai mettersi nei suoi panni. Non solo, conosce tutti i segreti dell’universo ed è l’unico in grado di dire a qualcun altro cosa è meglio per lui. A volte gli esseri umani temono di pronunciare il suo nome, terrorizzati dal fatto che farlo potrebbe evocare una forza misteriosa che possa dare inizio ad un sortilegio il cui esito è sprofondare in un abisso da cui è impossibile uscire, restando intrappolati per sempre nel ruolo di deboli, malati o peggio ancora “pazzi”.

Bene, andiamo via da questo mondo di fantasia e torniamo alla realtà. Purtroppo ancora oggi la figura dello psicologo intimorisce chi non si è mai interfacciato con questa figura professionale, e spesso si rimane ancorati a pregiudizi e falsi miti che non consentono di vedere che dietro al professionista c’è una persona con vissuti, emozioni e modi di agire simili a quelli di chiunque altro, che non possiede alcuna virtù eccezionale o poteri fuori dall’ordinario.

Negli anni tante persone, anche molto vicine a me, hanno esordito con frasi del tipo “sicuramente sai a cosa sto pensando!” oppure “beata te che non sai cos’è l’ansia!” o ancora “oddio, devo stare attento a cosa dico altrimenti mi psicanalizzi!”. Tutti noi psicologi abbiamo sentito almeno una volta queste tra tante altre espressioni provando un po’ di fastidio ogni volta. Fastidio, esatto! Perché anche noi sperimentiamo l’emozione del fastidio. Anche noi siamo assaliti dalla tristezza all’improvviso, senza un apparente motivo. Anche noi abbiamo le nostre fobie, ci arrabbiamo, abbiamo delle manie e a volte cadiamo vittime della ruminazione o del rimuginio.

“E menomale che sei una psicologa!”: questa espressione è quella che ho sentito con più frequenza da quando ho intrapreso il percorso di studi per diventare prima psicologa e poi psicoterapeuta. Come se per il solo fatto di svolgere questa professione non fossi legittimata ad intristirmi quando qualcosa non va come avevo desiderato o quando sperimento il fallimento per qualcosa in cui non sono riuscita, come se non fossi legittimata ad avere paura quando sono di fronte a qualcosa che rappresenta per me una minaccia, come se fossi immune all’ansia nel momento in cui anticipo un’esperienza per me nuova che in realtà mi terrorizza, come se non potessi provare vergogna

quando sento compromessa la mia immagine sociale e sono convinta che gli atri stiano pensando male di me. A volte essere una psicologa non mi autorizza ad arrabbiarmi quando sento violato un mio diritto o quando percepisco di aver subito un torto. E tutto questo perché io, secondo il senso comune, in quanto psicologa so gestire benissimo le emozioni, sono sempre felice, non ho alcuna difficoltà a livello di relazioni interpersonali, so sempre fare la scelta giusta, domino alla perfezione tutti i miei pensieri, ho il pieno controllo su tutto, vivo in un mondo incantato in cui saltello canticchiando in un prato verde tra distese di fiori colorati. Ogni giorno, in quanto psicologa, faccio i conti con aspettative irrealistiche di persone che credono che la mia figura sappia lavorare su stessa nello stesso identico modo in cui lavora sulle persone che ha in carico.

Ma la realtà è che essere psicologa completa la mia identità, si aggiunge al mio essere una persona che ha una famiglia e degli amici con cui condivide esperienze emotivamente nutrienti, con cui a volte entra in conflitto e con cui si riappacifica. Una persona che ogni tanto perde le staffe, che a volte alza la voce e perde il controllo sulle proprie reazioni emotive che altre volte invece riesce a controllare perché si mette in discussione e trova il modo per regolarle. Una persona che ha conosciuto l’entusiasmo di una nuova relazione di coppia e che ha fatto poi i conti con la sua chiusura e con ciò che essa comporta, ascoltandosi sempre, a volte rimproverandosi, credendo di non essere abbastanza, altre volte congratulandosi con se stessa per aver fatto la scelta più opportuna per il suo benessere emotivo. Una persona che si entusiasma per le cose belle che le capitano, che ogni tanto fatica a trovare il senso in altre che arrivano in momenti di stanchezza e in circostanze poco opportune.

E non è vero che non so cosa sia l’ansia, che non mi arrabbio mai, che non sono mai triste, che so sempre fare la scelta giusta! Il primo colloquio con un nuovo paziente mi fa sempre battere forte il cuore e mi fa fare pensieri del tipo “Farò una buona impressione? Gli piacerà il mio modo di approcciarmi a lui? Sentirà di potersi affidare a me?”; prepararmi a un viaggio o a una nuova esperienza che rappresenta per me l’ignoto mi fa tremare le mani e mi mette lo stomaco in subbuglio; parlare ad una conferenza mi fa tremare la voce e mi fa preoccupare di poter fare una brutta figura. Quando penso che qualcuno abbia trattato ingiustamente me o qualcuno a cui tengo o quando una persona mi sta mentendo alzo la voce, mi capita di arrabbiarmi e di difendere con forza il mio punto di vista. Quando devo salutare una persona che non rivedrò per mesi o quando mi rendo conto di non aver realizzato qualcosa a cui tenevo mi rattristo, a volte piango, spesso mi isolo. E quando devo prendere una decisione? Povero chi mi sta vicino! Titubo a lungo, sono indecisa, e quando compio una scelta rimugino sul fatto se sia o meno la cosa giusta.

Ecco allora la prova che dietro allo psicologo c’è una persona come ogni altra, con le sue insicurezze, le sue paure, con le sue vulnerabilità, con il suo umore a volte altalenante, con un modo di gestire le proprie emozioni non sempre efficace. Forse la nostra professione ci porta ad essere un po’ più consapevoli di quanto accade dentro di noi, a cercare il supporto di un collega quando ci rendiamo conto di non essere perfettamente in grado di gestire da soli quanto ci accade, a trovare un modo quanto più efficace possibile per comunicare con l’altro. E non è forse questo che ci rende figure reali? Che ci rende persone prima ancora che psicologi? Condividiamo con chiunque altro modi di sentirsi e di agire, ed è proprio questo che ci mette nella condizione di entrare in empatia con chi si affida a noi: facciamo tesoro del lavoro fatto su di noi, delle nostre conoscenze e competenze, dei nostri studi e mettiamo ciò che siamo al servizio delle persone che si rivolgono a noi. Noi così simili a voi. Noi persone, prima ancora che professionisti della salute mentale.

Dott.ssa Laura Rizzo

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