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Come altri dell’aroma delle foreste

o del mormorio d’un lago,

avevo bisogno del suo sonno accanto a me.

M. PROUST, Albertine scomparsa

Se l’amore fosse un luogo susciterebbe, ugualmente, l’incanto o il tormento che ne deriva una volta avventuratomi in esso? Mi trasformerei in un esploratore famelico o in un semplice turista? Probabilmente se fosse un luogo finirei per dominarlo o per illudermi di farlo, proprio come avviene nel rapporto tra l’uomo e la natura.

L’amore mi restituisce il mondo. È un’impronta sul mondo.

Ricordo, con chiarezza, quel muretto del lungomare dove da ragazzino scoprii le prime emozioni di un bacio, e proprio quell’angolo di mondo risulterà per sempre depositario di quell’amorfo sentire.

L’amore è uno stato interiore o un paesaggio emotivo che incontro nel cammino della vita?

Ora che le terapie sono sospese per la pausa natalizia mi domando cosa ne resta, nei miei pazienti, di quei lunghi e aggrovigliati discorsi sull’amore che quasi soffocano i nostri incontri, che ne occupano ogni spazio, ogni angolo.

Albertine aveva richiamato a sé tutto ciò che di lei era al di fuori di lei; si era rifugiata, racchiusa, riassunta nel suo corpo1

Ha l’amore, per costituzione, una forma di eternità?

Sono immerso nel silenzio di giorni di festa richiusi come in un’umida cantina. L’assenza del contatto con l’altro mi anestetizza l’anima, intorpidisce il diaframma del mio sentire. Ciò che costantemente scopro di me, della persona che penso di essere, lo devo al contatto con l’altro. Nei tre giorni che hanno anticipato il Natale ho rivisto due vecchi amici di infanzia; gli altri sono sparpagliati per il paese come rondini senza nidi; la storia dei nostri incontri, cadenzati dai periodi festivi, ne esce interrotta, divelta come da esplosione di una mina. Lo sguardo di uno di loro mi è più familiare del mio, sono gli occhi che più d’ogni altro mi hanno insegnato chi sono io. Ma è l’espressione di una persona che soffre, ripiegata da un lamento interiore che non trova parole per divenire legittimo. Può l’amore per un amico confondermi a tal punto da non riuscire a marcare una linea netta di confine per mezzo della quale io possa distinguere, appunto, un amico da una donna amata? Va da sé che il discorso si estende a ogni forma di relazione desiderata, a ogni partner possibile in un incastro di coppia. Da adolescente ero convinto che, amando, il battito del mio cuore si sincronizzasse, per l’eternità, a quello dell’altra, così prima di addormentarmi sentivo di essere con lei anche se distanti. Riposa, forse, qui l’esperienza di eternità che l’amore ci regala? È, forse, da qui che ci sforziamo di istituzionalizzare un legame amoroso in convenzioni che si cementificano nella nostra vita in comune di persone?

Il tempo vissuto dell’amore è l’attimo, un einsteiniano “presente esteso” non sovrapponibile al tempo cronologico. Essere nell’amore, dunque, è come sostare in una bolla temporale che ripropone un eterno presente di cui è intessuta la relazione del noi degli amanti. Il battito del mio cuore, illusoriamente sincronizzato a quello dell’altra, si ripeterà in una dolce sinfonia eterna.

Anche l’esperienza che abbiamo dello spazio in amore diviene, in un certo senso, eterna; essa risulterà scossa, sovvertita, ribaltata. Il noi degli amanti non riposa in alcun luogo geografico perché, anche se a distanza, a sopravvivere è proprio quel noi. È una spazialità vissuta che non prevede un vicino e un lontano perché la distanza non è sufficiente a far eclissare l’amore. Essere nell’amore è vivere nel mondo in comune e, allo stesso tempo, oltrepassarlo, lanciarsi in un “oltre” geograficamente non localizzabile. È un luogo senza terra, uno spazio in cui se ci sei tu, mia amata, ci sono anche io.

Abbiamo una nostra patria.

Torno con il pensiero a quell’angolo del lungomare che, molti anni fa, aveva accolto e racchiuso il picco emotivo di un bacio acerbo. Ripassando di lì, esattamente in quel punto, saprò ricontattare, senza alcuno sforzo di coscienza, l’emozione vissuta quella notte e, un attimo dopo, lasciarmi travolgere dall’esperienza dell’amore. L’Albertine di Proust racchiude nel suo corpo ogni possibilità di amare l’altro/a, il suo corpo diviene un riassunto del sentimento chiamato amore.

È forse il corpo dell’altro un tramite tra me e l’esperienza che faccio dell’amore?

Torna dinanzi al mio pensier talora

il tuo sembiante, Aspasia. O fuggitivo

per abitati lochi a me lampeggia

in altri volti; o per deserti campi,

al dí sereno, alle tacenti stelle,

da soave armonia quasi ridesta,

nell’alma a sgomentarsi ancor vicina,

quella superba vision risorge.2

Il corpo di Aspasia come sembiante, il volto per mezzo del quale si incontra un corpo che vive e, ancora, si raggiunge l’oltre, lo spazio illimitato dell’amore. Chi è il fuggitivo di Leopardi che lampeggia nei volti? L’amore, come esperienza umana, è metamorfico? Lampeggia nei corpi e nei volti dell’altro e ci coglie come una nube che lancia la sua ombra sulla valle; oppure come il suo contrario, un raggio di sole che incide una coltre nebbiosa e rimbalza sul terreno.

Se l’esperienza dell’amore è eternità, l’amore sopravviverà anche alla morte. La morte dell’amato – che sia il coniuge o un figlio – non è condizione sufficiente a seppellire l’amore.

«Dottore, è da quasi quarant’anni che combatto con l’amore. Il mio è un immergermi senza protezioni, come fare paracadutismo senza paracadute».

Ogni volta è come la prima volta.

Altra donna. Altra terapia. Altro mondo e altro modo di essere nell’amore.

«Trovo solo ingiusto tutto quel che è stato». Scorro le note del diario della paziente, una sinfonia penetrante sublimata dai versi di un amore doloroso. «Le mie delusioni. Il mio aspettarmi che tu avessi dovuto prenderti cura di me. Tutta questa sofferenza. Questa mia profonda, infinita, indicibile sofferenza». Mi si forma un nodo alla gola. Il dolore di questo amore funesto è il tiranno delle nostre sedute di terapia. «E il tuo impenetrabile disprezzo. Che non meritavo. Che sentivo di non meritare». Tutta la potenza di un amore lacerato conduce alle ultime righe del diario, una chiusura amara: «Non c’è festa di nessun colore, quando si sente il vento nel costato».

“Al noi dell’amore è esterna ogni forma di pressione, comando o impiego di violenza”, scrive Danilo Cargnello3, “di possesso e di rinuncia, di baratto o commercio”.

Eppure, essere nell’amore troppo spesso coincide con il soffrire.

Il letto sembra così stretto, così duro, così freddo quando ci si corica con il proprio dolore4.

«Mio figlio è ancora qui, sento il dolore della perdita come se stesse accadendo proprio adesso. Spesso mi ritrovo in quella sala di ospedale dove il mio piccolo era intubato. Non ho mai lasciato quella sala».

Le dure parole di una madre la cui anima, nel momento del parto, nell’incontro così a lungo atteso, si incendia di un amore smisurato che anche una perdita così lacerante non spegnerà mai. Per l’eternità.

Stamattina il cielo è silenzioso, come le strade della città. Dove mi hanno portato e mi porteranno, ancora, i sentieri dell’amore? Per quanto mi sforzi di tracciare una cartografia del mio modo di essere nell’amore, ciò che incontro nella vita sovverte, ogni volta, l’ordine che il mio pensiero si aspetta dalle cose. Ciò che appartiene all’amore non è localizzabile in un dentro-proprio ma in un fuori, nel mondo. Le emozioni le incontro nel mondo come si incontra un banco di nebbia lungo la strada; nulla di quello che le caratterizza si nasconde nella mia interiorità. Quando penso alla mia interiorità immagino un’elastica cassa armonica che si espande e si restringe e il mondo riverbera in essa come il suono delle corde di una chitarra riecheggia al suo interno. Saranno i sentimenti – come l’amore – una specie di stratificazione di emozioni incontrate nella vita?

Einstein, attraverso l’affilato acume della sua immaginazione, scopre che l’universo altro non è che campo elettromagnetico che “ondeggia” e si increspa come la superficie del mare, e spaziotempo che si incurva, si distorce, si allarga e si accorcia in presenza della materia; quando ciò accade il tempo rallenta. «Siamo immersi in un gigantesco mollusco flessibile», dirà il fisico tedesco.

Possiamo paragonare le emozioni – che si stratificano sino a formare i sentimenti – alla materia di cui è composto l’universo che fa curvare lo spaziotempo? Un esempio banale può essere quello del viaggio: ricordo che il tragitto percorso nel viaggio di ritorno alla città universitaria ai tempi in cui ero studente risultava essere più lungo dell’andata. Forse perché durante il tragitto il mio animo veniva trafitto dalla tristezza che, solitamente, dilata il tempo. Il contrario si può dire del ritorno a casa, dove l’euforia del ricongiungimento con gli affetti accorcia la percezione del tempo.

«Mi ha fatto male quando è andata via, ho iniziato la terapia per questo. Eppure sento che tra noi, anche a chilometri di distanza, sopravvive un certo legame. È come una corda invisibile che ci unisce».

Che forme ha l’amore che provo per i miei pazienti?

Un amore senza erotismo, sensualità o sessualità può essere considerato amore?

“Se dovessi raccontarti il mio ultimo anno e mezzo di vita”, immagino di rispondergli, “probabilmente penseresti che dovremmo invertire i ruoli”. Ma io sono dall’altro lato della barricata e devo reggere l’urto, la cassa armonica della mia interiorità è pronta a farlo. Se mi fermo a degustarne i suoni che riverberano nel mio mondo, mi accorgo di ciò che è mio e di ciò che è dei miei pazienti. È questo uno dei percorsi della cura, conoscere il mio modo di essere nell’amore e non sovrascriverlo a quello della persona che ho davanti. L’incontro terapeutico non aderisce alle logiche dell’analogia. Il mondo della vita dell’altro, nella sua purezza, merita di lampeggiare in tutta la sua intrinseca bellezza. Libero. La mia è una prospettiva privilegiata, sono in attiva contemplazione della bellezza del mondo dell’altro.

Il nostro amore non appartiene all’essere che lo ispira, è salutare, in via accessoria, come mezzo.

Le ruote della macchina divorano l’asfalto con l’appetito stanco di chi esegue un compito meccanico. Le piatte campagne e le terre e tutti gli uliveti e i bassi muretti, e ancora le siepi ai lati e i prati e la tavola plumbea del mare al tramonto, e le nubi isolate incipriate da un manto violaceo, il cielo livido del crepuscolo, sono ciò che fertilizza il mio accesso all’amore durante un lungo viaggio in solitaria. Lo stereo ripropone un brano divenuto familiare, un’altra comoda porta di ingresso all’amore.

Se mi avvicino a te, inciampa nel buio il mondo intero.

Cosa cerco tra le pieghe della tua anima?


1: Proust M. (2012), La prigioniera, Mondadori, Milano

2: Leopardi G. (2016), Canti, Einaudi Editore, Torino

3: Cargnello D. (2010), Alterità e alienità, Giovanni Fioriti editore, Roma

4: Proust M. (2012), Albertine scomparsa, Mondadori, Milano

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