Tra intelligenza emotiva e alfabetizzazione emotiva: il ruolo della scuola, degli insegnanti e dei genitori nell’educazione emotiva del bambino

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La psicologia evolutiva e l’educazione emozionale mostrano come sia possibile sviluppare competenze emotive fin dalla più tenera età.

Le Competenze chiave per l’apprendimento permanente, definite in ambito europeo, riconoscono la necessità di un apprendimento che dura per tutto l’arco della vita e che è strettamente legato allo sviluppo di competenze socio-emotive e civiche. Queste, includono “competenze personali, interpersonali e interculturali e riguardano tutte le forme di comportamento che consentono alle persone di partecipare in modo efficace e costruttivo alla vita sociale e lavorativa, in particolare alla vita in società sempre più diversificate, come anche a risolvere i conflitti ove ciò sia necessario”. La base comune di queste competenze, comprende la capacità di “comunicare in modo costruttivo in ambienti diversi, di mostrare tolleranza, di esprimere e di comprendere diversi punti di vista, di negoziare con la capacità di creare fiducia e di essere in consonanza con gli altri. Le persone dovrebbero essere in grado di venire a capo di stress e frustrazioni e di esprimere questi ultimi in modo costruttivo e dovrebbero anche distinguere tra la sfera personale e quella professionale”.

Nei documenti che hanno a che fare con l’istruzione e la formazione si può dunque notare un esplicito richiamo alla cosiddetta “alfabetizzazione emotiva”.

Tutt’oggi, nelle scuole, prevale ancora un insegnamento basato sullo sviluppo delle abilità linguistiche e logico-astrattive; manca quindi un’adeguata formazione dei docenti perché si possano avviare percorsi educativi più attenti alla dimensione affettivo-relazionale.

Parlando di alcuni programmi sullo sviluppo delle abilità emotive, in adozione in varie scuole americane, Goleman ne sottolinea l’estrema importanza, dal momento che, in molti casi, “il contesto familiare non offre più un punto d’appoggio sicuro nella vita” e pertanto “le scuole restano il solo istituto al quale la comunità può rivolgersi per correggere le carenze di competenza emozionale e sociale dei ragazzi”.

Per la scuola si tratterebbe di un recupero del ruolo classico dell’educazione: preparare i giovani alla vita nei suoi aspetti multidimensionali, che comportano la capacità di tenere a freno gli impulsi, di ascoltare e sapersi concentrare, di sentirsi responsabili del proprio lavoro.

Lo stesso Goleman mostra consapevolezza e senso pratico quando afferma che le resistenze all’introduzione dell’alfabetizzazione emotiva nella scuola sono notevoli, dal momento che i programmi scolastici sono già appesantiti da una serie di nuovi insegnamenti e, con i tagli finanziari, le risorse sono sempre più esigue; non si tratta di creare una materia aggiuntiva, ma di integrare le lezioni emozionali nel tessuto stesso della vita scolastica.

Il rischio dell’analfabetismo emozionale è grande in termini di aggressività, difficoltà relazionali, depressione, disturbi del comportamento, dipendenza.

La scuola può giocare un ruolo fondamentale sul terreno della prevenzione con una maggiore attenzione all’educazione della componente emotiva dell’intelligenza. E poiché vi è uno stretto legame tra dimensione cognitiva ed emotiva, l’apprendimento stesso diventa “significativo” solo se viene investita l’intera personalità dello studente, in costante interazione con i pari e con gli insegnanti.

Imparare ad osservare le emozioni, senza farsi assorbire, aiuta ad essere più lucidi e consapevoli; lasciarle fluire, senza esserne schiacciati, dà forza ed energia; accettare l’alternanza della gioia e del dolore, godendo e utilizzando tutte le nostre esperienze, porta energia interna, invece di sprecarla. In generale, nella nostra società, questo aspetto è però completamente ignorato, lasciando molto spesso l’individuo nella più completa barbaria emozionale, con un aumento esponenziale della violenza e della rabbia determinato dalla miscela esplosiva composta da desideri insoddisfatti dalla repressione.

Viviamo in una società in cui la circolazione delle informazioni è all’ordine del giorno, mentre, il contatto personale, soprattutto in questo periodo storico, è ridotto al minimo, quasi in un rapporto inversamente proporzionale: non solo tra pari ma, soprattutto, tra genitori e figli. Questa mancanza rischia di portarci ad un analfabetismo emotivo a dir poco preoccupante: noi impariamo, infatti, le lezioni fondamentali sull’emotività, propria e altrui, solo dalle relazioni interpersonali. Per questo motivo è estremamente importante che l’adulto, il cargiver, che accompagna lo sviluppo del bambino e lo educa, sia presente quotidianamente e accompagni la sua evoluzione giorno per giorno.

Spesso, questo, non si verifica perché entrambi i genitori lavorano, la famiglia allargata non è più la struttura sociale più diffusa e, inoltre i nonni rappresentano sempre meno un punto di riferimento stabile per il quotidiano.

Allora, ecco che diventa più che mai importante che nelle istituzioni scolastiche si dia spazio allo sviluppo delle competenze emotive fin dalla più tenera età, dal nido d’infanzia, fino ad arrivare alle scuole superiori, poiché lo sviluppo emotivo comincia appena nati ma non si completa fino alla maturità, e, purtroppo, non tutti gli adulti arrivano ad essere “emotivamente intelligenti”.

Cosa vuol dire essere educato emotivamente?

La visione corrente riporta che essere educato vuol dire in altre parole essere bene informato, responsabile, premuroso e, molti aggiungerebbero, non violento. Ciò vuol dire che la tradizionale attenzione sulle abilità intellettuali, Q.I., deve essere integrata da un forte interesse per le abilità sociali ed emotive, ovvero, le abilità dell’intelligenza emotiva- Q.E.

Proprio per questo ha senso introdurre l’intelligenza emotiva tra le materie scolastiche e, come ricorda Goleman: “poiché a moltissimi giovani il contesto familiare non offre un punto d’appoggio sicuro nella vita, le scuole restano il solo istituto al quale la comunità può rivolgersi per correggere le carenze di competenze emozionale e sociale dei ragazzi … poiché quasi tutti i bambini vanno a scuola, almeno all’inizio, la scuola è un luogo che permette di raggiungere ognuno di essi e di fornirgli lezioni fondamentali per la vita che altrimenti non potrebbe mai ricevere.”.

Proprio perché la maggior parte dei bambini vanno a scuola, ha senso allora focalizzare gli sforzi sulla promozione della competenza sociale e la prevenzione dei comportamenti problematici proprio a scuola.

Le scuole sono anche il luogo ideale per la prevenzione, perché alcune ricerche indicano che un basso rendimento scolastico è visto come un fattore di rischio notevole per un gran numero di comportamenti problematici come ad esempio l’abuso di droghe e la delinquenza.

In questo modo gli sforzi di prevenzione, nella scuola di base, possono proteggere contro lo sviluppo di comportamenti problematici, così come possono promuovere al contempo la salute mentale.

Questa sfida può essere sostenuta introducendo l’alfabetizzazione emotiva tra le materie scolastiche, nonché creando un clima scolastico che favorisca lo sviluppo e l’applicazione delle abilità emotive.

Lo scopo dell’intelligenza emotiva, dicevamo, è quello di insegnare a gestire in modo intelligente le proprie emozioni, così che siano di supporto e di guida al proprio comportamento e al proprio pensiero.

In questo caso si parla di alfabetizzazione emotiva.

Questa, è un processo del tutto simile a quello dell’alfabetizzazione nel senso classico del termine, che ha portato, all’inizio del secolo scorso, la maggior parte degli italiani a saper leggere e scrivere.

La vita emotiva e un’area che, come sicuramente accade nel campo della matematica o della letteratura virgola può essere gestita con maggiore o minore abilità e richiede un insieme di competenze esclusive.

L’intelligenza emotiva, a differenza del Q.I., può essere potenziata per tutta la vita: tende ad aumentare in proporzione alla consapevolezza degli stati d’animo, alla capacità di gestione delle emozioni che provano sofferenza, al maggiore affinamento dell’ascolto e dell’empatia.

La maturità stessa riguarda il processo attraverso il quale si diventa più intelligenti circa la gestione delle nostre emozioni e delle nostre relazioni. L’osservazione ha dimostrato che i risultati migliori, in tutti i settori, sono ottenuti da chi riesce a usare consapevolmente lo strumento di precisione più efficace che ha natura ci ha dato: le emozioni.

Ma per poter potenziare o acquisire quest’abilità, è necessario l’esercizio: ecco allora perché si parla di allenamento emotivo.

La pratica quotidiana dimostra che l’insegnante ha un ruolo significativo nel gestire e nell’insegnare a gestire le emozioni dei ragazzi. Risulta dunque di fondamentale importanza seguire, fin dalla prima infanzia, e poi durante tutto il corso della scuola, lo sviluppo del ragazzo e aiutarlo ad affrontare le difficoltà, a guidarlo nella gestione delle emozioni per arrivare ad un equilibrio tra la mente razionale e la mente emotiva.

Oltre al ruolo dell’insegnante, ritengo cruciale ribadire quanto siano importanti gli adulti che circondano il bambino nell’intero processo di sviluppo, sia emotivo che cognitivo. È indispensabile che ogni adulto-educatore ricordi costantemente di essere prima di tutto un modello per i bambini che intorno, e proprio per questo, il modello educativo del tipo: fate quello che dico, ma non fate quello che faccio, è a dir poco improbabile!

I bambini fanno solo ed esclusivamente quello che vedono fare ripetutamente dei propri carigivers; per questo imparano ad esprimere, a comprendere le emozioni degli adulti che li circondano.

Gli adulti che rivestono un ruolo importante della vita dei bimbi, soprattutto di quelli piccolissimi, se vogliono aiutarli, dovranno vivere appieno le proprie emozioni, esserne consapevoli e gestire la propria espressività e le proprie azioni in base alle emozioni dei bambini.

Possiamo concludere che, per garantire un allenamento emotivo valido, è necessario che le insegnanti abbiano a loro volta una buona competenza emotiva, perché nessuno è in grado di insegnare ciò che non conosce.

Il profilo ottimale dei programmi di alfabetizzazione emozionale è di iniziare presto, di essere adeguati all’età dei giovani a cui si rivolgono, di essere svolti ogni anno scolastico e di coordinare gli sforzi a scuola, a casa e nella comunità.

Dott.ssa Rita Guido – Psicologa

Riferimenti bibliografici:

  1. Goleman, D., Intelligenza emotiva, Milano, Edizioni CDE, 1996.
  2. J. Castex (2000) – Intelligenza emotiva e scuola – in www.janinecastex.com
  3. S.A. Denham (2001) – Lo Sviluppo Emotivo nei Bambini- Casa Editrice Astrolabio , Ubaldini Editore, Roma
  4. D. Kindlon e M. Thompson (2000)- Intelligenza Emotiva di un bambino che diventerà uomo- Milano ed. Rizzoli

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