Cieco al proprio vissuto

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È sabato mattina, pochi minuti all’alba, un’alba dal sole stanco, l’ultimo stendardo di calore d’estate. Accanto a me due uomini riscaldano l’aria di quel fresco mattino settembrino che ti coglie impreparato, mai del tutto coperto. La stazione è piccola, di fronte un enorme casolare abbandonato come una carcassa di balena che fatica a decomporsi; le pareti del duro torace e tutte le sue membra sono inorganiche, nulla potrà restituirle alla terra perché della terra non ne fanno parte. È curioso pensare a quanto sia violento e tirannico il prodotto dell’uomo, specialmente ciò che edificato con dubbio gusto e poi lasciato lì perché i progressi della tecnica ci portano lontano, a non utilizzare nemmeno ciò che, appena costruito, pareva come la faccia più sorridente dell’avvenire.

Le gambe mi reggono con convinzione sorprendente, nonostante la manciata di ore di sonno alle spalle. Mi sento sazio di anime, di storie, di sguardi sul mondo, di sconosciute prospettive, di note vocali inascoltate, di scelte lessicali a me estranee. Il tardo pomeriggio precedente, quello del venerdì che, convenzionalmente, chiude la settimana lavorativa, mi ha visto fare indigestione di racconti, di incontri, di incroci di sguardi e silenzi secchi, ancora incerti. Lascio il borsone sulla panchina e torno a guardare il gigantesco casolare al di là dei binari, e i miei pensieri cercano di condensarsi attorno a tante parole intercettate che si incrociano in traiettorie imprevedibili. Sento la grossa responsabilità di accoglierle, di masticarle e poi stenderle al sole come un candido lenzuolo appena lavato. Forse è proprio questo il mio lavoro, sciacquare e stendere su filo un velo ripiegato dallo sporco e dall’usura, o abbandonato sul fondo della cesta dei panni da lavare, o dimenticato nell’angolo di un armadio, sotto una pila di stoffe, magari rosicchiato dal tempo. I pazienti che incontro, le persone che incontro, mi affidano i loro panni spesso desiderosi che sia io a custodirli o gettarli via, perché un velo logoro e vecchio non deve avere più posto tra le mura domestiche.

Il treno si avventura tra le campagne rigogliose e ordinate, le attraversa con la delicatezza di un fiume che serpeggia tra le sponde di una foresta. Osservo dal finestrino le famiglie di ulivi ora ciechi alla loro stessa linfa, pietrificati nell’ultimo alito di vita, immobilizzati dall’indifferenza di un batterio che li coglie vulnerabili alle ondate mortifere della natura. Eppure sento che nei loro tronchi, nelle cavità delle loro anime, si agita ancora la tenacia della vita. Abbandono la campagna; i due uomini della stazione si separano, quello con gli occhiali scuri resta al mio fianco. Abbiamo scambiato qualche parola. Mi racconta che la terra soffre, che gli ulivi sono morti e che l’olio, quest’anno, si deve addirittura comprare. Lo dice sottolineando il concetto; penso a quanto possa sembrare assurdo andare al supermercato per comprare una bottiglia di olio. Entriamo in città. In stazione c’è il profumo dei caffè e il rumore dei passi. Il sole è già sveglio e alto. E da qui un nuovo treno, una nuova corsa.

Si può essere ciechi rispetto al proprio vissuto? Ciechi alla propria emotività? Sordi alla propria vita mentale? Mi domando se sia una forma di metaforica cecità verso l’esperienza propria ciò che apre le porte al sintomo o se la comparsa del sintomo sia responsabile di una cecità – sempre metaforica – rispetto a se stessi. Forse sono validi entrambi gli scenari, in una sorta di doppia cecità.

Cecità, appunto. Mi tuffo nelle pagine di Saramago. Accanto a me ha preso posto un signore di mezza età; sbadiglia spessissimo, non intende coprirsi la bocca con la mano. Mi fa dono della voce del suo intestino; fantastico di diventare cieco all’olfatto per le cinque ore di viaggio che ho davanti. È curioso pensare quanto di intimo due persone possano scambiarsi senza utilizzare la parola. In uno dei passi del romanzo una delle protagoniste, la ragazza dagli occhiali scuri, giovane e attraente, con un passato di condotte sessuali libertine, promette di unirsi in un matrimonio senza celebrante al vecchio dalla benda nera, guercio «oltre che cieco», «anziano, mezzo calvo, con i capelli bianchi, una benda su un occhio e una cataratta nell’altro», rinsecchito dal digiuno forzato che l’apocalisse della cecità ha imposto loro. È un’unione intima, di occhi che non scrutano il corpo dell’altro, che scavalcano il piacere estetico; sono uomini che si sono incastrati a un livello non saturato dalla vista, dove chi è osservato non sente di esserlo perché l’altro o l’altra non vede.

Incastro il segnalibro tra le pagine e getto i miei occhi sul vetro del finestrino. Quanto dell’identità di un uomo passa per la vista? Quanto lo sguardo dell’altro può dirmi chi sono io? Quanto il mio io ha dovuto costruire per poter essere visto dall’altro senza che lo sguardo dell’altro risulti penoso, lacerante, perturbante, scomodo, giudicante, angosciante, discriminatorio, mortificante? E quanto lo sguardo dell’altro, poiché sentito come penoso, lacerante, perturbante, scomodo, giudicante, angosciante, discriminatorio, mortificante, può determinare la mia identità? Forse esser visto dall’altro è il primo mezzo che conosciamo, come esseri umani, per sapere chi siamo, per poter dire che l’altro che mi osserva non sono io.

«Tu vuoi vivere con me e io voglio vivere con te, Sei pazza, Vivremo insieme qui, come una coppia […] due ciechi dovranno pur vedere più di uno, È una follia, io non ti piaccio […] Mi piaci abbastanza da voler stare con te, […] Non lo diresti neanche a me se mi avessi incontrato prima, un uomo anziano, mezzo calvo, con i capelli bianchi, una benda su un occhio e una cataratta nell’altro, La donna che ero un tempo non lo direbbe, lo riconosco, lo ha detto la donna che sono oggi»

Può coglierci una forma di cecità rispetto al nostro vissuto? In cosa consiste il mio mestiere se non nella disperata ricerca di una luce nella notte. Sento di non amare fino in fondo l’immagine della luce, essa presuppone sempre che esista il buio, in una lotta tra opposti – come il bene e il male – che l’esperienza vissuta ha sempre faticato a tenere distinte. Cosa può significare, però, essere ciechi rispetto al proprio vissuto? Forse è proprio il sintomo, paradossalmente, dolorosamente, a essere quel faro nella notte che urla, reclama, che mi convoca, che paradossalmente, dolorosamente e disperatamente pretende che sia io a prendermi cura di ciò che nella mia esperienza di essere umano si è inceppato, ripiegato, raggrinzito o rotto, andato in pezzi? Quando qualcosa nella mia storia di persona, nella mia biografia meticolosamente e, anche, inconsapevolmente edificata, diventa aliena, il sintomo appare come la spia di un allarme, ed è talmente abbagliante da rendermi cieco rispetto a me stesso. Tutto il mondo risulterà filtrato dalla presenza o meno del sintomo, dalle sue intermittenze o dalla sua persistenza. Eppure, secondo la mia idea, la cecità del sintomo è il sintomo stesso di una cecità, inconsapevole o forzata, sventurata, che noi esercitiamo su tutto ciò che può rientrare nel vissuto umano, in termini di esperienza immediata, di emotività e di capacità insita in noi, in noi come esseri umani, di iscrivere ciò che viviamo in una biografia personale.

Il treno è quasi a fine corsa. Il sole è sempre più alto nel cielo. Quanto può essere magico l’incontro tra persone? Chiudo il libro, i miei occhi sono stanchi. Ora hanno fame di immagini, hanno fame del mondo. Il romanzo è quasi terminato e già sento la nostalgia della fine di questa storia. La moglie del medico, unico personaggio del racconto a cui è rimasta la vista in una comunità intera di ciechi, entra per sbaglio in una chiesa. Cerca riposo. Quando alza lo sguardo trova delle bende sugli occhi delle statue, di ogni immagine sacra lì presente. Lei pensa sia opera di un sacerdote durante l’epidemia di cecità, spinto a bendare i santi perché, adesso, «nemmeno loro possono vedere i ciechi». Il marito, il medico oculista, è un uomo di scienza; risponde che le immagini non possono vedere. La moglie del medico, l’unico faro nella notte, risponde che si sbaglia, che «le immagini vedono con gli occhi che le vedono»

Cosa si accende nell’incontro con il paziente? Forse l’occasione di gettare un occhio sulla cecità che ha generato il sintomo? È cieco colui che vede il mondo soltanto attraverso l’occhio del suo sintomo?

Forse ha “soltanto” bisogno di essere visto. È l’altro colui che mi guarda. Io sono qui, lui lì.

«Ti sbagli, le immagini vedono con gli occhi che le vedono, solo adesso la cecità è veramente generale, Tu ci vedi ancora, Ci vedrò sempre meno, anche se non perderò la vista diverrò sempre più cieca di giorno in giorno perché non avrò più nessuno che mi veda».

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