Come mi vedo e come penso mi vedano gli altri: il ruolo del giudizio sociale sul benessere psicologico

Condividi

Share on facebook
Share on linkedin
Share on twitter
Share on whatsapp
Share on telegram
Share on email

“Specchio sii più gentile oggi se ce la fai

Ho l’anima fuori servizio,

è un vizio di forma, di sostanza

Specchio questa mattina quanti anni mi dai?”

Subsonica, Specchio

 

Come arriviamo a valutare noi stessi e il nostro mondo sociale?

La costruzione di un’immagine identitaria è un processo evolutivo lungo e tortuoso.

Ciascuno, nel corso della vita, costruisce un’identità per gli altri e una per sé. La prima è l’identità oggettiva, ciò che ci rende riconoscibili, che si manifesta secondo tre modalità: fisica (caratteristiche del viso e del corpo), sociale (età, stato civile, professione, livello culturale, interessi) e psicologica (personalità e stile comportamentale). La seconda è l’identità soggettiva, che rappresenta l’insieme delle caratteristiche così come le vediamo e le descriviamo in noi stessi.

Alla costruzione dell’identità contribuiscono diversi fattori, in particolar modo quelli legati alle relazioni interpersonali. Esiste certamente un patrimonio nativo, ereditario e congenito di dotazioni, di attitudini e disposizioni, sulle quali s’inseriscono via via le influenze dell’esperienza, della cultura, della società e dell’ambiente circostante.

L’identità oggettiva e l’identità soggettiva si fondono per creare l’immagine di noi stessi e, quindi, di come ci vediamo e di come ci vedono gli altri. Simbolicamente, tale fusione può essere rappresentata con l’immagine riflessa in uno specchio.

Lo specchio ci mette a confronto con la realtà. Il riflesso dello specchio di casa ci costringe a guardare il nostro viso, il nostro corpo. È l’immagine proiettata che abbiamo di noi stessi.

Lo specchio ci rivela una parte consistente di noi stessi. Per molte persone guardarsi è un rituale piacevole e rassicurante. Per altri vedere la propria immagine riflessa è difficile, è un momento da evitare. Quel riflesso rappresenta un giudice che sancisce l’idea che abbiamo di noi stessi e ci porta a porci delle domande: come mi vedono gli altri? sono abbastanza attraente? Sono abbastanza magro? Sono sufficientemente realizzato, simpatico, forte, emancipato, indipendente, giovane? Ho un numero adeguato di amici, una bella casa, un buon lavoro, dei vestiti alla moda?

L’immagine che abbiamo di noi stessi non fa riferimento solo a ciò che è manifesto, ma anche a paure, emozioni e bisogni.

La letteratura e la cinematografia hanno ben espresso il simbolismo tra la nostra immagine allo specchio e come questa influenza il modo di relazionarci con gli altri e con noi stessi.

Lo specchio della regina di Biancaneve che persegue l’ideale di perfezione estetica tanto da divenire un’ossessione. In Harry Potter lo specchio delle brame rivela, a chi si specchia, i suoi desideri di affetto, ambizione e potere. C’è poi il riflesso di noi stessi che non vogliamo vedere, perché ci mostra il lato più oscuro di noi così come Dottor Jekyll non riusciva a guardare allo specchio la sua trasformazione in Mr. Hyde. Il ritratto di Dorian Gray racconta il perseguimento dell’immortalità attraverso la ricerca della bellezza esteriore e del piacere. Qui il simbolismo dello specchio è sostituito da un ritratto, ma il significato intrinseco resta lo stesso, ossia l’attenzione ai canoni socialmente accettati a cui aderire per restare ancorati alla realtà anche a discapito della nostra identità soggettiva. Di realtà parla Alice attraverso lo specchio, in cui la superficie riflettente dà accesso al paese delle meraviglie, una realtà alternativa in cui sogno, fantasia e immaginario si fondono dando vita a qualcosa di viscerale in contrasto con la realtà statica, routinaria.

In passato la conoscenza della nostra immagine e dell’idea che gli altri avevano di noi avveniva attraverso lo specchio e le relazioni sociali. Oggi il palcoscenico si è spostato sulla realtà virtuale.

Ognuno di noi, online, comunica qualcosa del proprio sé e ognuno, a sua volta, si costruisce attraverso delle inferenze un’immagine dell’altro.

Quante volte abbiamo cercato di ricostruire l’identità di una persona andando a visitare il suo profilo Facebook o Instagram? I social network sono strumenti che potenziano la nostra autostima, ci permettono di ridurre il distacco tra ciò che siamo realmente e ciò che idealmente vorremmo essere. Promuove un’immagine confezionata di sé. Ma a volte, chi siamo realmente non basta. Allora la domanda che ci poniamo è: ho una vita che vale la pena postare sui social?

Al momento dell’iscrizione, ogni social, prevede la creazione di un profilo che rappresenti la persona. Questo profilo comprende informazioni personali come nome, interessi, pensieri, opinioni sul mondo e gli altri, il tutto accompagnato da una foto che ci fornisce un posto in questa vetrina.

In questo modo la persona può creare un’identità personale enfatizzando le proprie caratteristiche positive e omettere quelle ritenute negative. Una vera scissione tra parti buone e cattive del sé. Un autoritratto donato al mondo. Una costruzione identitaria che, in alcuni casi, si allontana dal sé reale per avvicinarsi al sé ideale, a ciò che la persona vorrebbe essere o a ciò che gli altri si aspettano che sia. Un palcoscenico in cui la nostra vita è messa sotto la lente di un giudice popolare, dove i commenti, le visualizzazioni, i follower e il numero dei like hanno l’obiettivo di rafforzare l’immagine di quel sé ideale che si è costruito.

Quali sono le implicazioni che questa corsa alla vita perfetta, al corpo perfetto, alla socialità perfetta e alla ricerca continua di consensi da parte degli altri hanno sul benessere psicologico?

Indubbiamente, l’esposizione e l’immagine di quel sé ideale e illusoriamente perfetto nasce dal bisogno di avvicinarsi il più possibile al canone sociale, a ciò che gli altri (i follower) si aspettano di vedere. L’aspetto negativo è dato dal fatto che, con il passare del tempo, il livello di autostima della persona diviene legato indissolubilmente a come ci vedono gli altri, alla valutazione della giuria dei social.

Stare al passo con i canoni di bellezza imposti dai social comporta una continua ricerca della perfezione che può portare a sviluppare disturbi del comportamento alimentare, disturbo da dismorfismo corporeo e dipendenze comportamentali (shopping compulsivo di vestiti alla moda, creme e pozioni magiche per l’eterna giovinezza). Anche l’ingente impiego di tempo ed energie nella ricerca di una storia, una foto e un post perfetti rappresentano una dipendenza verso questa realtà liquida, fugace e sfuggente, che può portare a forme di ansia sociale nel momento in cui il nostro sé reale non corrisponde all’immagine del sé ideale.

Ma i social non sono il nemico, il mostro cattivo che assorbe la vita delle persone e da cui bisogna scappare. I social sono usati dalle persone, le stesse persone che hanno bisogni, aspettative e valori riflessi nello specchio di casa.

 

Dott.ssa Laura Pezzuto

Psicologa clinica e di comunità

Specializzanda in psicoterapia sistemico relazionale e familiare

Condividi

Share on facebook
Share on linkedin
Share on twitter
Share on whatsapp
Share on telegram
Share on email

Questo articolo ha un commento

  1. Rizzo Mery

    👍 analisi perfetta.
    👏buon proseguimento.

Lascia un commento

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

Vuoi ricevere i nuovi articoli via Mail?

Iscriviti alla nostra Newsletter e ogni mese riceverai una mail con i nuovi articoli pubblicati.

Altro da scoprire

Un Centro di eccellenza

Con sedi cliniche a Galatina e Casarano e professionisti partner su tutto il territorio nazionale, il Centro è un autentico polo di riferimento nel Sud Italia nell’ambito della psicoterapia, della neuropsicologia e delle neuroscienze cliniche integrate.