Gli aspetti psicologici e comportamentali del Dolore Cronico

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Il dolore è universalmente conosciuto come un sintomo di malattia e pertanto la diagnosi della malattia è la diagnosi del dolore.
In altri casi il dolore viene classificato in base alla parte corporea in cui viene percepito, in base alla sua durata (acuto o cronico), o ancora in base al coinvolgimento o meno del sistema nervoso (nocicettivo, neuropatico o misto). Uno dei principali scopi della diagnosi dovrebbe essere quello di fornire i criteri per una terapia mirata. Di fronte al paziente con dolore ogni medico pensa subito alla patologia che lo contiene come sintomo e ricerca la causa della malattia allo scopo di debellarla e così togliere il dolore.
Potrebbe essere più utile procedere con uno sdoppiamento del percorso diagnostico, in cui da una parte si procede all’identificazione della malattia e dall’altra all’identificazione della sindrome dolore, ovvero dei “pain generating factors”.

I criteri con cui va affrontato l’esame del paziente sono fondamentalmente due. Il primo è dato dalla considerazione che non si devono esaminare solo gli aspetti relativi al meccanismo della nocicezione, ma anche il comportamento del paziente e le conseguenze psico-sociali che il persistere del dolore ha indotto. Il secondo criterio è quello dello studio della “fisiopatologia individuale”, ovvero del meccanismo patogentico, del tessuto coinvolto, degli stimoli, attraverso l’esame del fenotipo, gli strumenti diagnostici e o blocchi test. In riferimento al primo criterio, il dolore con relativa sofferenza induce un comportamento reattivo nel paziente, il quale potrebbe manifestare un abbandono delle attività sociali, un decondizionamento fisico, depressione e senso di impotenza. Quindi secondariamente al dolore, il paziente sviluppa svariati sintomi di disfunzione psicosociale quali: disturbi d’ansia, disturbi dell’umore, abuso di alcool, abuso di sostanze illecite per alleviare il dolore, dipendenza da oppiacei o da altri farmaci con alto potenziale di abuso, disturbi del sonno, eccessiva rinuncia all’attività fisica e interruzione della vita quotidiana, gravi disfunzioni nell’ambito famigliare, significativa rinuncia ai propri ruoli familiari e lavorativi.

Tale dolore sostiene, in modo inconsapevole, una situazione vantaggiosa per il paziente, in quanto esso, associato a basse aspettative di controllo dello stesso, diventa la “giustificazione” per comportamenti passivi o evitanti. Il contesto di vita nel quale si vive l’esperienza dolorosa, la presenza di familiari, la situazione esistenziale del soggetto, la qualità di vita sociale e lavorativa può influire notevolmente sul grado di motivazione e sull’utilizzo di risorse psicologiche utili per fronteggiare la condizione dolorosa. La percezione di autoefficacia o convinzione personale sulla possibilità di portare a termine con successo un’azione che produca un risultato desiderato è importante nel paziente con dolore cronico, in quanto può condizionare la scelta delle azioni che la persona metterà in atto e la quantità di impegno/sforzo che verrà impiegato. Ansia, depressione e rabbia sono prevalenti in persone con dolore cronico e questi stati emotivi influenzano la percezione della nocicezione, l’adattamento e la risposta al trattamento.

Le aspettative negative riguardo all’incapacità di controllare il dolore, portano a vedere se stessi come impotenti e contribuisce a produrre uno stato generale di demoralizzazione, con atteggiamento catastrofico che influenza e amplifica notevolmente la percezione del dolore e la disabilità. I pensieri che maggiormente si innescano nei pazienti con dolore sono di due tipi: ansioso e depressivo. Nell’ansioso avremo: “sono in grave pericolo, non ci si può fidare di nessuno, bisogna essere sempre attenti, possono accadere cose terribili”. Nel tipo depresso invece avremo: “sono un fallito, mi accadono solo disgrazie, non si può fare nulla, non c’è nessun avvenire, sono condannato. Le emozioni condizionano in ogni momento la comprensione del dolore e la percezione dell’utilità della terapia; ecco perché, a tal riguardo, una buona regolazione emotiva permette dei miglioramenti in ambito fisico e psicologico.

Martelli Roberta

Laurea in Psicologia

Psicologa e Psicoterapeuta Cognitivo Comportamentale

 

BIBLIOGRAFIA:

“Il dolore. Il Metodo diagnostico”. L.Demartini e C. Bonezzi. Edizioni Materia Medica.

“Dolore e Riabilitazione”. R.Saggini, S.Buoso, G.Pestelli. Edizioni Minerva Medica.

“ European Journal of Phisycal and Rehabilitation Medicine”. Edizioni Minerva Medica.

“ La medicina Biologica. Rivista Italiana di Omeopatia, Omotossicologia e Medicina Integrale”. n.149 del Luglio-Settembre 2016.

“ Psicologia Clinica del Dolore”. E.Molinari, G.Castelnuovo. Edizioni Springer.

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Questo articolo ha 5 commenti.

  1. Silvia goffredo

    Bellissimo articolo . Utilissimo anche a noi medici palliativisti che ci occupiamo giornalmente di gestire il dolore dei nostri pazienti

  2. Cksudia

    Grazie per l’articolo, estremamente interessante.

  3. Anita

    Articolo molto chiaro negli aspetti trattati e utile per chi quotidianamente si occupa di dolore cronico per poterne comprendere tutte le dinamiche coinvolte.

  4. Giustino

    Articolo interessante e di competenza scientifica.Complimeti Dottoressa.

  5. Manfreda Paolo

    Bravissima, Roberta, un articolo puntuale per interventi motivazionali nella presa in carico dei pazienti.

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