Post Covid-19. Riflessioni incomplete di uno psicologo in isolamento.

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17 DICEMBRE 2020 – “Ciao Gabriele, scusami se ti scrivo a quest’ora, ma era importante avvisarti repentinamente. Lo scorso fine settimana ho avuto decimi di febbre e oggi mi sono sottoposta al tampone, con esito positivo. Ho avuto un grosso momento di sconforto, mi sono sentita responsabile, soprattutto perché mio fratello piccolo ha avuto la febbre e ora anche mia madre ha decimi”.

È iniziato tutto così, da un messaggio ricevuto da un’amica e collega che pochi giorni prima avevo incontrato per discutere insieme a lei di propositi e progetti per il futuro. Un incontro avvenuto nel rispetto delle regole, con attenzione ai particolari perché, con due bambini in casa, il peso della responsabilità sui figli è tanta. Un nodo in gola che non scende, un peso sulla bocca dello stomaco che mi paralizza e un vortice di pensieri che si susseguono, alternando sentimenti di rabbia nei miei confronti per non aver fatto forse abbastanza per prevenire il potenziale rischio, e paura per la mia famiglia, oltre che dispiacere per la mia amica. Rabbia, paura, dispiacere: un cocktail di emozioni devastante! La ragione però si fa spazio sgomitando tra i miei pensieri catastrofici suggerendomi un protocollo d’azione: annullare tutti i miei appuntamenti in agenda, avvisare amici e familiari di questa ancora non verificata possibilità, distanziarmi da mia moglie e dai bambini, prenotare con urgenza un tampone. Premessa: non ho ancora sintomi eclatanti, se non un lieve mal di testa che mi trascino da un paio di giorni e che ho imputato allo sforzo in bici di domenica mattina, dopo una notte insonne a cause dei capricci dei miei figli nottambuli. Nella serata però, nell’attesa trepidante del tampone prenotato per la mattina del giorno dopo, un sapore ferroso si deposita in bocca e la cena preparata da mia moglie, la quale di solito non sbaglia mai in cucina, ha un gusto orrendo, salato al punto da essere immangiabile e, inspiegabilmente, senza alcun sapore. La conferma dell’alterazione olfattiva arriva la sera, quando quello che di solito è un momento traumatico, il cambio del pannolino al piccolo, si compie con preoccupante disinvoltura.

18 DICEMBRE 2020Esito del tampone: positivo. Tralasciando i sintomi fisici che col trascorrere delle ore sono diventati più marcati, la ferita più grande, fino a questo momento, era nel mio animo. Un turbinio di emozioni talmente forte da anestetizzarmi alla paura, un tentativo forse della mia mente di salvarmi da una crisi di ansia. La paura si alternava alla speranza, il senso di colpa alla rabbia. Cosa faccio adesso con mia moglie? E con i bambini? E con i miei pazienti? E con i colleghi?

Sempre dell’idea che la trasparenza ripaga, ho subito avvisato tutti i miei pazienti e colleghi con i quali avevo avuto contatto nelle ultime due settimane (sì, da buon ossessivo ho voluto esagerare). La reazione di tutti è stata molto più razionale rispetto alle mie peggiori fantasie, soprattutto quella dei miei pazienti, i quali mi hanno stupito per la ratio con la quale hanno dato un senso all’accaduto, senza lasciarsi trascinare nel vortice paranoico della disperazione. Mi sono interrogato molto su questa reazione emotiva, cercando di trovare una chiave di lettura che spiegasse il loro intervento: credo di averla trovata nella relazione umana. La relazione terapeutica è andata oltre il confine del setting, quasi come aver invertito, ma solo provvisoriamente, la direzione della cura. Il paziente si presta a invertire l’accudimento? Non è un caso che questi pazienti avessero già sperimentato questa condizione nel passato attraverso una relazione d’attaccamento genitoriale ambivalente. Non potevo di certo cadere nell’errore di consolidare lo schema dell’infanzia di questi pazienti, ma è stato utile per comprendere quanto questi schemi del passato influenzino difatti le nostre azioni nel presente.

15 GENNAIO 2021 – Primo tampone negativo. Finalmente si conclude un periodo durato più di un mese, avvolto da una coperta emotiva che ha ovattato i miei sensi.  Posso adesso fare luce sulle mie emozioni in quarantena e sulla percezione di solitudine che tanto mi ha angosciato in quei giorni; da dire che non ero solo in casa, ma con mia moglie (anche egli positiva) e i mie due figli rispettivamente di 4 anni una e 9 mesi l’altro. Quindi a quale sentimento di solitudine faccio riferimento? Non so spiegarmelo, ed è questo che crea confusione. Provo a descriverlo come un sentimento di alienazione dal mondo, da una società che all’improvviso diventa critica, fredda e distante dai tuoi bisogni. Molti – ma non tutti perché non sono mancate dimostrazioni reali di vicinanza, affetto e umana solidarietà – tra amici e parenti non si preoccupavano tanto della nostra salute in maniera interessata, quanto invece si domandavano il motivo del contagio, come a voler rassicurare se stessi dimostrando una loro maggiore attenzione/prevenzione ed intelligenza a non incorrere nel rischio. Ad un tratto una società ieri amica che diventa oggi giudicante, arrogante, distante. Il bisogno forse di prendere distanza emotiva dalla preoccupante realtà che ci circonda? A me tutto questo ha incuriosito, tanto da renderlo motivo di studio e di approfondimento scientifico in materia psicosociale; tuttavia ancora oggi mi domando quanto invece possa far male a chi non ha strumenti per tollerarlo. Indagando tra alcuni dei miei pazienti e conoscenti che hanno condiviso con me l’esperienza dell’isolamento obbligatorio, ho avuto conferma di questo sentimento di solitudine, un vuoto lasciato dall’assenza di empatia. La paura, laddove non ci sono condizioni per essere accolta e normalizzata, genera una condotta antisociale, scarsamente empatica, incapace di conseguenza di prendersi cura di chi ne ha bisogno. Quella di oggi è una società forse non educata a porsi nella prospettiva empatica, estremamente individualista e giudicante. La paura e l’ignoranza insieme creano un’alchimia estremamente pericolosa, terreno fertile all’odio e al fenomeno accusatorio. È davvero questa la società nella quale vogliamo far crescere i nostri figli?

Questo articolo lo lascio volutamente incompleto… perché difatti, probabilmente, prima di ogni azione è giusto concedersi una riflessione.

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