Ansia da contatto con il mondo fuori: una “nuova” minaccia per la nostra psiche

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Negli ultimi giorni mi sono imbattuto nelle chiamate di amici e familiari in preda all’ansia dopo un’uscita di necessità: per esempio rientravano a casa dopo essersi recati in farmacia, al supermercato, oppure per urgenze sanitarie. Cosa avevano in comune queste persone? Innanzitutto una condizione di deprivazione agli stimoli “out-casa”, ovvero ognuno di loro non usciva dalla propria abitazione da almeno 7 giorni e, nelle ultime due settimane, erano usciti soltanto 2 massimo 3 volte per adempienze irrinunciabili (come, d’altronde, è giusto che sia allo stato attuale d’emergenza Covid-19).

Un’altra cosa che avevano in comune tra loro era il fatto di non essere in trattamento psicoterapico, di non aver intrapreso nella loro vita un percorso di crescita personale e di non aver valutato nel passato questa opportunità perché, difatti, non ne hanno mai sentito il bisogno. Seppur questa statistica non suggerisca nulla di certo, mi sento di fare una considerazione. Qualche giorno fa constatavo un dato interessate, tra l’altro condiviso con alcuni miei colleghi: molti nostri pazienti stanno dando dimostrazione di grande resilienza; ovvero scoprono una straordinaria capacità di adattamento all’emergenza, attraverso, per esempio, una gestione emozionale e comportamentale da fare invidia anche all’amico o al familiare più placido. Non abbiamo una spiegazione certa a questo dato, ma possiamo presumere che si stiano avvantaggiando dell’esperienza nel gestire l’emergenza; la quale emergenza, nella vita di un ansioso, è una “condizione-norma”: “niente di nuovo, perlomeno ora la minaccia è condivisa, ha un nome, è definita ed è sostenuta da numeri e statistiche che rappresentano, in qualche modo, una scienza”. Un attacco di panico, per intenderci: non è condiviso, non è definito, non ha riferimenti numerici e, spesso, non ha un nome. Quale delle due minacce ti farebbe più paura? Inoltre, molti nostri pazienti, possono supportarsi con tecniche e strategie apprese nel percorso psicoterapico, come ed esempio le tecniche di rilassamento, meditazione di consapevolezza, strategie di neuro-modulazione, ristrutturazione cognitiva, …dialoghi interiori funzionali.

Tornando alla paura di uscire da casa, argomento del quale voglio parlare in questo articolo, mi sento di dare innanzitutto una spiegazione del fenomeno (seppur parziale perché sicuramente meriterebbe ulteriori approfondimenti, anche e soprattutto di carattere clinico).

Quante volte vi sarà capitato di trascorrere una lunga degenza a casa per colpa di una banale influenza? (per lunga intendo dai 5 giorni in su) magari l’avete affrontata a letto, con spostamenti limitati dalla camera  da letto al bagno a/r. Probabilmente conserverete ancora il ricordo della strana sensazione, al limite della derealizzazione (seppur consapevolmente stia abusando di questo termine), che avete avvertito rimettendo i piedi fuori di casa dopo quei giorni in trincea: confusione, lieve sensazione di distacco dall’ambiente circostante, testa vuota, gambe vacillanti, nervosismo, agitazione fisica… nostalgia di rientrare a casa (diventata ormai una base sicura) contrapposta al desiderio di riappropriarsi della vita. La spiacevole sensazione di ansia che mi descrivono i miei amici e familiari è esattamente questa: difatti si tratta di una condizione molto simile, ma con alcune aggravanti:

  • la prima è la durata della deprivazione agli stimoli del mondo fuori, il quale inizia a superare di gran lunga i tempi d’isolamento causati da una banale influenza;
  • la seconda, e probabilmente la più determinante, l’intensa paura causata dell’emergenza Covid-19 che fa da cornice all’isolamento. Mentre siamo in casa, e ci desensibilizziamo al modo fuori, la paura ci condiziona e trova un senso all’isolamento: se resto a casa, mi salvo; il modo fuori rappresenta una minaccia. D’altronde questa convinzione è sostenuta massicciamente anche dalle autorità, tramite un opportuno bombardamento mediatico.

Quindi è molto probabile che gli individui fortemente responsabilizzati, non di rado personalità ansiose, subiscano questa condizione manifestando disagio emotivo e comportamentale: irrequietezza, eccessiva apprensione, polarizzazione del bisogno di informazione che oscilla dal sovrabbondante allo scarso, fatalismo Vs bisogno di agire, rabbia nei confronti di chi attua condotte ritenute irresponsabili e non idonea a far fronte all’emergenza collettiva.

Cosa possiamo fare per prevenire l’ansia da contatto col mondo fuori?

  1. Normalizzarla: coltivare la consapevolezza che avere paura e inquietudine in questi momenti è comprensibile, possiamo accettarlo e lasciarci attraversare dalle emozioni, senza colpevolizzarci.
  2. Adottiamo tecniche di rilassamento o di meditazione: se in passato hai avuto la fortuna di imparare una tecnica di rilassamento, questo è il momento giusto per rispolverarla. Se invece non hai mai messo in pratica nulla di simile, prova con questa semplice tecnica di respirazione: fermarti ad osservare il tuo respiro per 3 minuti; per facilitarti puoi stenderti in posizione supina, poggiare un peso sull’addome (un piccolo libro per esempio) ed osservalo mentre sale quando inspiri e scendi quando espiri (non devi contrarre i tuoi muscoli addominali, è il diaframma che pian piano riacquisisce mobilità). Non devi sforzarti di alterare il respiro, puoi semplicemente osservarlo e prenderne consapevolezza mantenendo l’attenzione su questo fondamentale processo, al quale troppo spesso prestiamo poca rilevanza. Non scoraggiarti se le prime volte ti sembrerà difficile, ci vuole pratica e tanta pazienza. Puoi anche cercare un tutorial su YouTube sotto alla voce respirazione diaframmatica, oppure puoi contattarci attraverso il nostro sito www.centronovamentis.it, saremo felici di aiutarti attraverso una consulenza telefonica o on-line.
  3. Quando hai raggiunto un buon livello di rilassamento (ne puoi prendere consapevolezza osservando uno stato di ipotonia muscolare e lieve calore che si diffonde sul tuo corpo) immagina di percorrere le vie della tua città o dei luoghi che solitamente frequenti (lavoro, scuola, gestione ordinaria della quotidianità come fare la spesa, andare in farmacia, la fila alle poste, andare al parco). Col tempo sarai stupito nel constatare quanto la tua immaginazione sia diventata fedele al mondo reale! Questo esercizio ti sarà utile per ri-condizionarti positivamente al mondo fuori, ammortizzando lo shock delle prime esposizioni.
  4. Lasciati supportare dalla tecnologia: in psicoterapia, se vogliamo desensibilizzare una fobia, ci possiamo avvalere della tecnologia 3D, attraverso l’utilizzo della realtà virtuale. Sarebbe utile potersi allenare alla visualizzazione del nostro mondo che ci aspetta fuori attraverso i visori 3D, ma è poco plausibile immaginare la disponibilità di questa tecnologia in casa. L’alternativa? La riproduzione di un semplice video che potete in autonomia registrare col vostro smartphone alla prima occasione di uscita. Potrete, ad esempio, filmare il tragitto che vi porterà al supermercato, in farmacia o in qualsiasi altro luogo che dovrete raggiungere per necessità. Ciò che importa è allenare il vostro cervello a percepire (in maniera reale o irreale) gli stimoli che appartengono al mondo fuori.
  5. Questa indicazione mi pare ovvia, ma ve la cedo ugualmente: se avete la possibilità di trascorrere del tempo all’aria aperta, che sia un giardinetto, un terrazzo o anche uno sfigato balconcino, approfittatene di questo spazio quanto più vi è possibile!

Tra i 5 punti sopraelencati, quello che mi sta più a cuore è senza dubbio il primo: normalizzate!

Imparate a non essere razzisti con le vostre emozioni: che sia gioia, che sia tristezza, felicità o paura accettatele come una madre ama, alla stessa maniera, pregi e difetti di suo figlio; consapevole di amarlo a prescindere dalle sue azioni, a prescindere dalle sue convinzioni.

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