Difficoltà in matematica e impotenza appresa

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In Italia, circa il 20% degli studenti di ogni ordine e grado incontra ostacoli nell’apprendimento della matematica. Le stime dell’International Academy for Research in Learning Disabilities indicano che nel 2005 solo il 2,5% degli studenti avrebbe presentato difficoltà nella comprensione della matematica e solo lo 0,5/1% avrebbe potuto soddisfare i criteri per la diagnosi di discalculia.

Dunque, secondo le stime del MIUR, moltissimi degli studenti con difficoltà nell’area dei numeri e del calcolo diagnosticati come “discalculici”, non hanno un disturbo dell’apprendimento di origine neurobiologica ma sperimentano impedimenti nello studio matematica per tanti altri motivi.

Brian Butterworth, neuropsicologo celebre in tutto il mondo per aver fondato la «neuroscienza dell’educazione», ha segnalato l’impellente necessità di cogliere i motivi del diffuso insuccesso scolastico, facendo riferimento allo studio dell’Organizzazione per la Cooperazione e lo sviluppo Economico (OCSE) in cui vengono resi noti i dati sulle scuole italiane.

La ricerca dell’OCSE evidenzia che nel Friuli-Venezia Giulia, il 3,6% dei ragazzi di quindici anni non consegue il livello minimo alle prove di matematica OCSE PISA, mentre in Sicilia lo stesso dato raggiunge il 23%.

Questi risultati evidenziano come gli esiti negativi nella scienza dei numeri non possano essere esclusivamente ricondotti ad un “deficit centrale nel cuore numerico”; pertanto, è necessario esplorare altri fattori e cause.

Secondo Butterworth, inoltre, l’insuccesso in tale disciplina assume la connotazione di un problema sociale perché determina fenomeni correlati come i disturbi d’ansia. In linea con questa ipotesi, risulta interessante notare che dal 2005, l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ha segnalato un’emergenza preoccupante ai servizi di neuropsichiatria infantile relativa all’aumento del profilo di impotenza appresa, in particolare in studenti con storie di fallimenti scolastici in matematica.  Ma che cos’è l’impotenza appresa?

L’OMS definisce l’impotenza appresa come una condizione in cui il soggetto sperimenta molteplici insuccessi e “impara e apprende il suo insuccesso”, impara, quindi, di non essere capace. È una sensazione di sfiducia persistente e totalizzante, che porta a desistere dall’affrontare un problema. Lo studente apprende la propria incapacità e ne è convinto perché il processo di memoria e di stabilizzazione rende durevole e costante questa informazione nella memoria.
L’impotenza appresa può essere causata dal contesto e da fattori esterni: in alcune circostanze si può “apprendere” che la situazione non si può controllare e si ha la convinzione che l’esito non dipenda da noi stessi, con la conseguenza che non si prova nemmeno più ad affrontarla. Il credere che gli eventi accadano senza poter esercitare un controllo genera emozioni spiacevoli e negative.

Di fronte ad un insuccesso scolastico, una valutazione negativa o un rimprovero si possono sperimentare reazioni diverse, a seconda dell’attribuzione causale che la persona mette in atto e, a seconda della reazione, si provano specifiche emozioni.

Illustriamo alcuni esempi relativi ad esperienze scolastiche negative, evidenziando diverse modalità di risposta comportamentali ed emotive.

Luca è uno studente al primo anno di liceo classico, si approccia per la prima volta allo studio del greco: la prima versione dell’anno, nonostante il suo impegno nello studio, non va come lui vorrebbe, il voto della verifica è quattro. L’alunno, infastidito dal risultato, afferma che “l’insegnante è stata troppo severa, scegliendo un autore eccessivamente difficile, considera inoltre il tempo a disposizione per svolgere il compito non adeguato”. Non è compromessa l’immagine di sé, né mette in dubbio il suo valore personale.

Gaia frequenta il terzo anno di scuola superiore di II grado, è stata interrogata in fisica ma non è riuscita a rispondere alle domande della docente. La ragazza è insoddisfatta della sua performance e dell’insufficienza presa ma è consapevole di aver dedicato poco tempo allo studio della materia nei giorni antecedenti alla verifica orale “Non ho ripetuto abbastanza gli ultimi argomenti”. Anche in questo caso, l’immagine che l’alunna ha di sé non viene scalfita e può sorgere il desiderio di migliorare e la motivazione a studiare di più.

Anche Flavia è una studentessa del primo anno di liceo, sin dalla prima verifica nella nuova scuola ha ottenuto scarsi risultati in matematica. La ragazza inizia a pensare di non essere “portata per la matematica, non avere i requisiti necessari per comprenderla”. Attribuisce la causa del proprio insuccesso alla sua mancanza di capacità, alla convinzione di non essere portata per la disciplina, la causa del fallimento, in questo caso, è interna e stabile. L’attacco è percepito come diretto alla rappresentazione di sé, proprio in questa circostanza i sistemi profondi di difesa, tra cui l’amigdala, proteggono determinando il blocco dell’apprendimento (Moè e Lucangeli, 2010).

Queste esperienze non sono legate esclusivamente alla matematica ma sono più frequenti gli insuccessi in questa materia.

Cosa possiamo fare per motivare all’apprendimento?

Secondo la ricerca scientifica esistono alcune soluzioni, una proposta riguarda il “diritto di sbagliare”, espressione proposta da Harter nel 1968. Si consiglia di evitare comportamenti scorretti come il riproporre lo stesso compito nel quale l’alunno ha commesso l’errore senza rendere lo studente consapevole del processo che lo ha indotto in errore. Le ricerche suggeriscono che se il bambino sbaglia e l’insegnante non ripercorre insieme all’allievo il percorso cognitivo che ha generato l’errore, correggendolo, si corre il rischio che si “apprenda anche l’errore”. In conclusione, per aiutare a sbagliare serenamente, il docente deve porsi come alleato dell’allievo e non dell’errore.

BIBLIOGRAFIA:

Genovese E., Ghidoni, E., Guaraldi G., (a cura di), Discalculia nei giovani adulti: Indicazioni e strumenti per uno studio efficace, 2013, Erickson.

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