Il lato oscuro del perfezionismo

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Le persone perfette non combattono, non mentono, non commettono errori e non esistono.” (Aristotele)

Aristotele aveva ragione, le persone perfette non esistono ma le persone perfezioniste sì, e sono sempre di più.

In letteratura non esiste una definizione univoca di perfezionismo, ma i clinici, da tempo, hanno cercato di trovare una descrizione condivisa del termine.

Per alcuni si tratta dell’“abitudine di richiedere a sé stessi o agli altri una prestazione più elevata rispetto a quella richiesta dalla situazione”, per altri è “la tendenza a credere che ci sia una soluzione perfetta ad ogni problema, che fare qualcosa perfettamente non solo è possibile ma anche necessario e che persino errori minori avranno delle conseguenze serie”.

Shafran e colleghi definiscono il perfezionismo come “un’eccessiva dipendenza della valutazione di sé dal raggiungimento di standard personali esigenti e autoimposti in almeno un dominio altamente saliente nonostante le conseguenze avverse”.

Come si manifesta il perfezionismo?

La caratteristica fondamentale del perfezionismo è una dipendenza eccessiva della valutazione di sé dal raggiungimento di standard autoimposti difficili in almeno un ambito di vita ritenuto importante. Quando gli standard non sono raggiunti, emerge una valutazione estremamente negativa di sé.

Le persone perfezioniste lavorano tanto e rigorosamente, rinunciano ed eliminano tutto ciò che fa perdere tempo, ritenendolo inutile e dannoso ma, nonostante questo impegno, il più delle volte la loro prestazione non è come vorrebbero perché questo sforzo sproporzionato le rende affaticate e meno efficaci.

Inoltre, il terrore di sbagliare e l’esigenza di svolgere tutto perfettamente causa insicurezza e spesso i perfezionisti rimandano o rinunciano a svolgere l’attività.

La procrastinazione è un comportamento molto comune che innesca una spirale nociva: più si procrastina, più aumenta il perfezionismo. Pensiamo ad una persona perfezionista che, volendo completare un lavoro in modo eccellente, sfori i tempi di consegna esponendosi al malcontento e alle critiche del committente: la valutazione negativa di sé soggettiva e il rimprovero esterno porteranno il soggetto a cercare di fare ancor meglio il prossimo lavoro.

Un’altra strategia disfunzionale è quella dell’evitamento della performance. Ad esempio, uno studente perfezionista che sceglie di sostenere l’esame universitario soltanto quando avrà studiato perfettamente l’intero manuale potrebbe evitare di presentarsi all’appello fino a quando non si sentirà perfettamente pronto, a discapito dei tempi per il raggiungimento della laurea.

Le persone perfezioniste attuano dei check della prestazione, cioè dei controlli eccessivi in termini di frequenza e di intensità. I controlli a breve termine sono funzionali a diminuire l’ansia e ad avere l’illusoria certezza di non aver commesso errori. Esempi di check tipici sono: controllare più e più volte un compito, ripetere e correggere frequentemente, chiedere rassicurazioni sull’esecuzione di un lavoro e svolgere tutto il lavoro autonomamente nonostante, a volte, sia indispensabile delegare.

Gli standard elevati autoimposti determinano una marginalizzazione di altre aree di vita. Tutto quello che viene considerato come non rilevante per la valutazione di sé, viene visto come superfluo e di ostacolo al raggiungimento dell’obiettivo.

Un altro meccanismo di mantenimento del perfezionismo è il confronto con gli altri: spesso il perfezionista si confronta con altri “più bravi” che raggiungono prestazioni migliori in ambiti importanti di valutazione, in questo modo il confronto diventa irrealistico e rende impossibile il raggiungimento di standard così elevati.

La ricerca scientifica in merito ha dimostrato che il perfezionismo è un meccanismo comune a diversi disturbi psicologici, come i disturbi dell’umore, dell’alimentazione, d’ansia e di personalità.

 

Quale è la differenza tra il perfezionismo clinico, che causa effetti negativi sulla salute e sulla qualità della vita, e una sana voglia di eccellere?

Chi ricerca l’eccellenza prova entusiasmo e gioia nel tentativo di arrivare ad alti livelli e di raggiungere obiettivi ma non considera gli errori come la prova di un fallimento personale bensì come un evento normale, certamente spiacevole ma non catastrofico, dal quale può imparare e migliorare.

Il perfezionista, al contrario, considera il raggiungimento degli standard auto imposti come principio esclusivo per valutare sé stesso e presenta pensieri di autocritica severa accompagnati da un’estrema paura di fallire.

Il viaggiatore arriva alla meta ma poi si gode il posto. Il perfezionista giunge alla meta, ma ha già in mente un altro viaggio.

Quali sono le cause del perfezionismo?

Le cause che possono determinare uno stile perfezionistico non sono del tutto chiare ma è plausibile pensare che, come gli altri stili di personalità, derivi dalla combinazione di genetica e fattori ambientali. Tra questi ultimi hanno un ruolo importante l’avere avuto dei genitori eccessivamente critici, non aver ricevuto approvazioni o averle ricevute in modo ambivalente ed essere stati “rinforzati” dagli altri sulla prestazione. Ad esempio, eccellere in una disciplina sportiva aiuta ad avere la stima dei genitori, dell’allenatore, dei compagni di squadra e la partecipazione a gare e competizioni sportive.

Come viene trattato il perfezionismo?

Chi pensa di avere uno stile perfezionistico e sente che questa modalità stia interferendo con la possibilità di vivere una vita soddisfacente e felice, può parlarne con un professionista della salute mentale.  Richiedere una consulenza psicologica può essere particolarmente indicato in quei casi in cui il perfezionismo si associa a disturbi psicologici come disturbi dell’alimentazione, disturbi d’ansia e depressione. L’obiettivo del trattamento è aiutare la persona a sviluppare una valutazione di sé meno dipendente dalla ricerca e dal raggiungimento di standard esigenti.

 

Bibliografia:

Camporese, L., Sartirana, M., Dalle Grave, R. (2012). Vincere il perfezionismo. Un programma basato sulla terapia cognitivo comportamentale. Verona: Positive Press.

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