Il potere terapeutico del gioco nei reparti di onco-ematologia pediatrica

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Quando curi una malattia puoi vincere o perdere.

Quando ti prendi cura di una persona vinci sempre

(Patch Adams)

E’ questa la frase che nella mia testa mi ripetevo tutte le mattine poco prima di oltrepassare quella grande porta situata al terzo piano dell’ospedale della mia città; ho iniziato il mio percorso professionale nel reparto di onco-ematologia pediatrica, un posto che sprigiona mille emozioni e che mi ha dato la possibilità di crescere a 360°, ma nello stesso tempo un luogo che ti pone davanti a situazioni non semplicissime da affrontare, eppure, la carica me la davano proprio loro, i protagonisti di quel reparto, i miei piccoli pazienti. Già perché mi bastava incrociare un loro sguardo per farmi ricordare quella che era la mia mission “prendermene cura”, e allora si che mi sentivo pronta a donarmi a loro..spesso in modo alternativo, ma sempre efficace; credevo nel potere terapeutico del gioco e i sorrisi sul viso dei bambini ne erano la prova.

Secondo Frobel (1826) il gioco costituisce il più alto grado dello svolgimento infantile, il prodotto più puro e spirituale dell’uomo nel periodo dell’infanzia. Esso permette al bambino di esprimere in modo naturale i propri bisogni, attribuendo significato al mondo e nello stesso tempo permette all’adulto di costruire un ponte di comunicazione, universale, con il fanciullo in modo semplice, naturale e divertente. La Convenzione sui Diritti dell’Infanzia, approvata dall’ONU nel 1989, annovera il “diritto al gioco” tra i diritti fondamentali riconosciuti a tutti i bambini (Articolo 31), poiché esso è ritenuto essenziale in quanto contribuisce allo sviluppo cognitivo, fisico, sociale e al benessere emotivo di giovani e bambini (AAP, 2007).
Tale diritto, imprescindibile, deve essere riconosciuto ad ogni fanciullo a cui sia stato diagnosticato un tumore, poiché il gioco potrebbe rappresentare oltre che un ottimo strumento di supporto terapeutico anche un mezzo per trasformare un momento triste della vita in un’esperienza di crescita, donando sensazioni esilaranti e aiutando il bambino a scoprire la vita, anche in un contesto differente da quello familiare.

All’interno dei reparti di oncologia pediatrica la “terapia del gioco” fornisce un importante contributo alla cura del piccolo paziente in quanto mira a riequilibrare la destabilizzazione emotiva subita in seguito alla comunicazione della diagnosi. La play therapy mira a infondere nel bambino malato una carica emotiva che possa aiutarlo ad esprimere i propri vissuti e a gestire l’ansia, lo stress, l’angoscia conseguenti non solo alla malattia ma anche all’ospedalizzazione e quindi a tutto ciò che deriva dalla stessa, senza reprimere la rabbia bensì insegnando al fanciullo come fare per esprimerla in modo appropriato;

L’Association for Play Therapy definisce la stessa come un ampio settore di intervento terapeutico ed educativo che si fonda, appunto, sull’utilizzo del gioco, inteso come il mezzo di espressione primaria, attraverso cui si stabilisce una chiave di comunicazione con il bambino che esprime se stesso, manifesta e gestisce le sue difficoltà, anche in situazioni problematiche e lontano dalla sua routine quotidiana, pertanto è considerato una vera e propria ancora di salvezza (Chari et al., 2013). Il play therapist, attraverso il gioco, guida l’apprendimento e lo sviluppo delle abilità cognitive individuali e sociali del bambino, anche grazie alla condivisione con altri bambini di esperienze simili tra loro. In particolar modo influisce sull’autostima, sull’autocontrollo, sul senso di sé, sulla regolazione delle emozioni, sulla gestione dello stress, sull’abilità di problem solving e sulla capacità di riuscire a sviluppare nuove soluzioni creative nei problemi osservati.

La tecnica della play therapy utilizza quindi la naturale inclinazione a giocare propria di ogni bambino come mezzo per creare un ambiente terapeutico emotivamente sicuro che incoraggi la comunicazione, la creazione di relazioni, l’espressione e la risoluzione di problematiche anche in un momento tanto difficile che il piccolo paziente sta attraversando.

Giocare è diventata pian piano una vera e propria necessità terapeutica nella cura dei pazienti oncologici, poiché riduce le tensioni e riesce a rendere più gioioso un’ambiente come l’ospedale che evidentemente tanto gioioso non è. Inoltre, a sostegno degli effetti benefici del gioco sul benessere psico-fisico del piccolo paziente, molte ricerche empiriche hanno dimostrato che il gioco e quindi la risata e il buon umore che derivano da esso hanno effetti benefici sull’organismo. In particolare è stata messa in evidenza la relazione che esiste tra gli stati emotivi e le difese immunitarie, poiché è stato registrato un aumento di quest’ultime in ogni bambino ospedalizzato che ha trascorso momenti caratterizzati da gioia e divertimento, oltre che un miglioramento generale dello stato di benessere. Non solo, è stato dimostrato anche che il buon umore ha un effetto analgesico, di rilassamento, ma anche di scarica di uno stato di tensione, pertanto aiuta a rompere quel circolo vizioso esistente tra ansia e frustrazione, portando ad un miglioramento dello stato di salute.

La play therapy è un’ottima strategia, oltretutto, per preparare il piccolo paziente alle costanti procedure medico-infermieristiche, come i prelievi, i trattamenti chemio e radio terapici, le iniezioni, la somministrazione di farmaci e la cateterizzazione, ma anche alla degenza, spesso lunga, e ai delicati interventi chirurgici. In questi casi, se le condizioni cliniche lo consentono, si potrebbe condurre una terapia del gioco di gruppo ricorrendo a personaggi di fantasia e rendendo i bambini protagonisti di storie di malattie; in tal modo, il bambino coinvolto nel racconto potrebbe essere indotto a porre quesiti rispetto alla sua malattia, giungendo così all’acquisizione di una certa familiarità con l’iter terapeutico e le procedure mediche e favorendo la riduzione del timore e dell’angoscia dovuti alla non conoscenza di ciò che si ha e di cosa si dovrà affrontare.

Come sostiene Winnicott (1971), nel gioco si rimodella la realtà con l’aiuto della fantasia, dato che esso si situa oltre la realtà che si sta sperimentando, anche se non è completamente scollegato da essa. In questo senso il gioco può fornire la possibilità di manipolare la difficile situazione della malattia per renderla familiare e può aiutare a elaborare le sensazioni e le emozioni che con esse si generano. Attraverso il gioco si può provare ad affrontare con meno paura la malattia, esso infatti crea un luogo nuovo a metà tra la realtà e la fantasia, una distanza protettiva che permette di affrontare gli eventi spiacevoli, le paure, le emozioni e le fantasie spesso indicibili e di metacomunicare sulle esperienze legate alla patologia, all’ospedalizzazione e alle procedure diagnostiche.

I bambini che si trovano a lottare improvvisamente contro un male così grande hanno la possibilità attraverso la terapia del gioco di trovare espressioni per il loro dolore, che sarà avvertito in misura minore, poiché caratterizzato da meno ansia e preoccupazione. Il gioco fornisce un’umanizzazione della cura, facilitando la comunicazione, l’interazione, aiutando ad alleviare la tensione del bambino quando deve sottoporsi a procedure traumatiche e dolorose (Soares et al., 2014) e promuovendo una relazione terapeutica basata su una relazione di fiducia, tranquillità e sicurezza fra tutti i soggetti coinvolti (Lima e Santos, 2015).

 

Marta Ingrosso

Psicologa e Psicoterapeuta Cognitivo Comportamentale

BIBLIOGRAFIA
American Academy of Pediatrics. Clinical report Volume 119. Number 1 Jan. 2007.

Chiari, U., Hirisave, U. & Appaji, L. (2013). Exploring play therapy in pediatric oncology: a preliminary endeavour. Indian J Pediatr, 80(4):303-308.

Conventions on the right of the child; Resolution 44/25 of 20 Nov. 1989. Frobel. F. (1826). L’educazione dell’uomo (Die Menschenerziehung).

Lima, K.Y.N. & Santos, V.E.P. (2015). Play as care strategy for children with cancer. Revista gaucha de enfermagem/eenfufrgs, 36(2).

Soares V.A., Silva L.F., Cursino E.G. & Goes F.G.B. (2014). The use of playing by the nursing staff palliative care for children with cancer. Revista gaucha de enfermagem/eenfufrgs, 35(3):111-6.

Winnicott, D.W. (1971). Playing and reality. London: Tavistok (trad. it. Gioco e realtà, Armando, Roma, 1974).

SITOGRAFIA

https://www.a4pt.org https://www.pubmed.gov

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