E se “il matto” fossi tu?

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Tu prova ad avere un mondo nel cuore e non riesci ad esprimerlo con le parole”, canta De Andrè nella sua canzone Un matto, pubblicata nel 1971, ma quanto mai attuale.

Il pezzo ispirato all’iscrizione tombale di Frank Drummer, personaggio di Spoon River, è l’emblema di quello che nel 2021 continua a rimanere un problema sociale: la divisione tra i presunti sani e coloro che sono ritenuti folli.

Il protagonista del brano diviene oggetto di scherno comune, tanto da non riuscire nemmeno la notte a dimenticare la derisione subita durante il giorno. Per cercare di farsi accettare, impara a memoria il contenuto della Treccani, gli abitanti del villaggio dinanzi a questo gesto lo rinchiudono in manicomio quando avrebbero potuto provare compassione per la genuinità dell’atto compiuto.

Quanto è attuale il comportamento degli abitanti del villaggio?

Il covid-19 ha sfidato la mente e la capacità di mantenere un equilibrio in un contesto a tratti quasi surreale. Quanto questo può aver resto più “universale” l’esperienza della sofferenza?

Quanto siamo in grado di provare compassione per il disagio dell’altro?

Il malessere psicologico, di qualsiasi natura sia e con qualsiasi sintomatologia si manifesti (ansiosa, depressiva, ossessiva, etc.), merita lo stesso rispetto della patologia organica.

Dunque, quanti “matti” sono ancora necessari per depennare definitivamente lo stigma della malattia mentale?

“Ogni gesto che dalla gente comune e sobria viene considerato pazzo coinvolge il mistero di una inaudita sofferenza che non è stata colta dagli uomini”
Alda Merini

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